Un ritorno alla materia tattile, in una dimensione sensoriale e sospesa, dove la notte diventa quiete. Una percezione ovattata e rarefatta, texture sofisticate, tonalità avvolgenti e superfici morbide al tatto definiscono un’atmosfera pensata per accogliere il tempo e lo spazio del riposo con naturalezza. La zona notte si trasforma così in un paesaggio silenzioso e intimo, in equilibrio tra comfort, essenzialità e sensibilità contemporanea. Il letto P26, design Marco Boga, nasce da un gesto morbido ed essenziale: proporzioni generose, volumi accoglienti e lavorazioni sartoriali delineano un’estetica sofisticata ma autentica. La pelle, protagonista del progetto, amplifica la sensorialità delle superfici e restituisce una percezione di comfort immediato e genuino, dando forma a una presenza discreta ma fortemente identitaria, capace di inserirsi nello spazio con naturale armonia. Accanto al letto, la collezione di contenitori Sunset — comodini e settimanale disegnati da Studiopepe— interpreta un linguaggio architettonico che reinterpreta codici ispirati all’architettura del XIII secolo, attraverso nervature strutturali tradotte in dettagli grafici raffinati. L’incontro tra laccati, marmo, pelle, legno e dettagli metallici crea un dialogo materico estremamente sofisticato, nel quale la sedia a dondolo Loulou Rock, di david/nicolas si inserisce con discrezione, contribuendo a enfatizzare l’anima contemplativa dell’ambiente.
Capsa, disegnata da Pietro Russo, prende il nome dall’antica scatola cilindrica romana utilizzata per custodire gioielli, oggetti preziosi, papiri e libri. Realizzata in onice e con dettagli in ottone, unisce la leggerezza di una luce calda e soffusa a una presenza scenica plastica e scenografica. La seduta Half-Pipe, design David Lopez Quincoces e Francesco Meda, nasce da un gesto silenzioso: la colata di polvere di vetro riciclato all’interno di uno stampo. Non una fusione ad alte temperature, ma un processo lento e controllato, in cui la materia si deposita, si distribuisce e prende forma per gravità. Il risultato è un oggetto organico, continuo, privo di giunzioni visibili, dove le superfici si incurvano con naturalezza, come modellate dal tempo più che costruite.Lo spessore sottile e la morbidezza delle transizioni restituiscono una leggerezza inattesa rispetto alla presenza monolitica della forma. Ogni pezzo conserva una memoria discreta della materia originaria — frammenti rigenerati che, attraverso la colata, trovano una nuova unità. La seduta, in Bon Bon Glass, diventa così sintesi di sostenibilità e sperimentazione materica, dove la luce filtra e si diffonde evocando trasparenza e brillantezza.